La Thailandia accusa la Cambogia di proseguire gli attacchi e colpire obiettivi civili
Il governo della Thailandia ha accusato l’esercito cambogiano di aver colpito obiettivi civili nella mattina di oggi, domenica 27 luglio. In un comunicato del ministero degli Esteri si legge che l’esercito cambogiano ha colpito le case dei civili nella provincia di Surin con “artigliera pesante”. La Thailandia, prosegue la nota, “condanna nei termini più forti questa ripetuta ed eclatante violazione del diritto internazionale ed esorta la Cambogia a smettere di attaccare obiettivi civili”. Il cessate il fuoco “non può essere raggiunto se la Cambogia non agisce in buona fede e viola i principi basilari dei diritti umani e del diritto umanitario”. La Thailandia si riserva “il diritto all’autodifesa” e, informa il ministero, “ha risposto a target militari limitati per neutralizzare queste minacce alla sovranità nazionale e all’integrità territoriale”. Bangkok rivolge un appello alla comunità internazionale perché condanni gli atti “inumani” commessi dalla Cambogia. Il ministero della Difesa thailandese ha denunciato in un comunicato che la Cambogia “continua le proprie attività militari con armi a lunga gittata aprendo il fuoco in territorio thailandese”. Per questo, prosegue la nota, “l’esercito considera necessario condurre operazioni militari in risposta”. In merito ai colloqui telefonici avvenuti ieri fra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e i leader dei due Paesi, Bangkok fa sapere che il primo ministro a interim (Phumtham Wechayachai) “ha espresso la sua gratitudine per l’interesse e la buona volontà degli Stati Uniti e ha confermato che, in linea di principio, la Thailandia ha accettato il cessate il fuoco”. Tuttavia, si legge, “la Thailandia desidera vedere la sincerità della Cambogia in merito e chiede pertanto agli Stati Uniti di contribuire a far capire alla Cambogia che la Thailandia desidera avviare quanto prima colloqui bilaterali per definire congiuntamente misure e procedure chiare per il cessate il fuoco e giungere a una risoluzione pacifica e sostenibile della controversia”.
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