Firmato l’accordo di pace tra Congo e Ruanda, Trump vuole arginare la Cina e punta alle terre rare
I ministri degli Esteri della Repubblica democratica del Congo e del Ruanda hanno firmato a Washington un accordo di pace mediato dagli Stati Uniti. La cerimonia per la firma al dipartimento di Stato è stata presieduta dal segretario di Stato Usa, Marco Rubio. “Si tratta di un momento molto importante, dopo 30 anni di guerra”, ha detto il capo della diplomazia statunitense. I capi di Stato dei due Paesi saranno a Washington “tra qualche settimana” per “finalizzare” l’accordo di pace “completo”, ha annunciato Rubio.
Donald Trump, durante un evento organizzato alla Casa Bianca per celebrare la firma dell’intesa, ha definito l’evento “storico”. “Oggi mettiamo fine a questo ciclo di violenza e distruzione, e apriamo un nuovo capitolo di speranza, opportunità, armonia, prosperità e pace”, ha detto. Il presidente della Repubblica democratica del Congo, Felix Tshisekedi, ha affermato che intende candidare l’omologo statunitense al Premio Nobel per la pace.
L’accordo prevede “il disimpegno delle Forze armate” nell’Est della Repubblica democratica del Congo, la protezione dei civili, il ritorno degli sfollati e l’istituzione di un meccanismo per garantire il rispetto dell’intesa. Lo ha detto la ministra degli Esteri della Repubblica democratica del Congo, Therese Kayikwamba Wagner, durante la cerimonia organizzata al dipartimento di Stato Usa per la firma del documento. “Questo accordo deve rappresentare un punto di partenza, e non l’arrivo: abbiamo una rara opportunità per voltare pagina, con cambiamenti concreti sul campo”, ha aggiunto.
L’accordo di pace firmato a Washington prevede “la cessazione irreversibile e verificabile” del sostegno di Kinshasa alle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdlr), gruppo ribelle di etnia Hutu attivo nell’Est del Congo. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri ruandese, Olivier Nduhungirehe, durante la cerimonia organizzata oggi a Washington per la firma dell’intesa. “L’accordo ristabilirà un meccanismo congiunto per il coordinamento sul piano della sicurezza, oltre a facilitare il ritorno dei rifugiati”, ha spiegato.
L’accordo sancisce “il rispetto dell’integrità territoriale” dei due Paesi, oltre a proibire le ostilità. Lo ha detto il consigliere della Casa Bianca e del dipartimento di Stato per l’Africa, Massad Boulos, durante la cerimonia per la firma. L’intesa prevede anche il “disimpegno, il disarmo e l’integrazione dei gruppi armati non statali”, oltre all’istituzione di un meccanismo di coordinamento per la sicurezza e di procedure per facilitare il ritorno degli sfollati e dei rifugiati. In aggiunta, l’accordo prevede anche l’accesso della popolazione civile agli aiuti umanitari e il “ripristino di un processo di integrazione regionale”.
“Si tratta di una pietra miliare per la pace nella regione dei Grandi laghi africani”, ha detto il vice portavoce del dipartimento di Stato, Tommy Pigott, durante un briefing con la stampa tenuto alla vigilia della firma. “Come già ricordato dal segretario di Stato, una corretta attuazione dell’accordo aprirà la strada alla stabilità regionale e ad investimenti economici”, ha aggiunto. Una volta firmato l’accordo, riferisce l’emittente congolese “Radio Okapi”, i presidenti Felix Tshisekedi e Paul Kagame dovrebbero incontrarsi in un vertice che si terrà sempre a Washington a metà luglio, alla presenza di Donald Trump e di altri capi di Stato africani, che dovrebbero fungere da testimoni o garanti dell’accordo. La firma dell’accordo era attesa da tempo e testimonia il rinnovato impegno dell’amministrazione Usa e del presidente Donald Trump ad intestarsi un ruolo di mediazione nell’annoso conflitto nell’est della Rdc, teatro da anni di una ribellione da parte dei ribelli del Movimento 23 marzo (M23), sostenuti dal vicino Ruanda.
Mercoledì 25, in occasione del vertice della Nato a L’Aja, Trump si è detto fiero degli sforzi fatti per riportare i due Paesi al tavolo dei negoziati, in modo analogo a quanto accaduto nel contenzioso fra India e Pakistan, affermando di aver messo fine all’invasione ruandese nell’Rdc orientale e a quella che ha definito una “terribile guerra (condotta) a colpi di machete”. Un accordo di pace sarebbe “un grande giorno per l’Africa e, francamente, un grande giorno per il mondo!”, ha scritto inoltre Trump in un post pubblicato su Truth la scorsa settimana, promettendo investimenti nella Rdc se il Ruanda farà marcia indietro. Non è escluso che dietro l’attivismo di Trump ci sia la volontà, neppure troppo velata, di ottenere il premio Nobel per la pace. Un obiettivo che sembra trovare la conferma indiretta del presidente congolese Felix Tshisekedi, secondo il quale se Trump metterà fine a questa guerra “sarò il primo a votare per il suo Premio Nobel”. “Se il presidente Trump può mediare e mettere fine a questa guerra, merita il Premio Nobel. Sarei il primo a votare per lui”, ha detto il capo di Stato congolese in un’intervista esclusiva rilasciata alla televisione angolana “Tpa”, elogiando il “coinvolgimento personale” di Trump nella mediazione dell’accordo.
Secondo Tshisekedi “non c’è nulla di magico in questo accordo”, che “rappresenta la presa di coscienza, da parte dell’amministrazione statunitense, di un conflitto che dura da circa 30 anni e ha causato milioni di vittime”. L’accordo, ha aggiunto, mira soprattutto a mettere fine alla guerra e ad ottenere il ritiro incondizionato dei gruppi armati dal Paese. “Dobbiamo risolvere questa guerra, che è fondamentalmente una guerra economica”, ha detto. Riguardo all’andamento delle discussioni fra le parti, il presidente congolese ha sostenuto che “il processo sta procedendo molto bene” e che è già stato raggiunto un “accordo di principio”. “Se tutto va bene, entro la fine della prossima settimana i nostri due ministri degli Esteri dovrebbero incontrarsi negli Stati Uniti per firmare un accordo che vada oltre una semplice intesa di principio”, ha aggiunto. È prevista una convalida finale “con il presidente Trump a Washington”, sebbene la data rimanga incerta e dipenda sia “dagli sviluppi sul campo” sia “dall’agenda americana”.
Presente a Washington la delegazione congolese guidata dalla ministra degli Esteri, Therese Wagner Kayikwamba. Ne fanno parte il presidente dell’Autorità per la regolamentazione ed il controllo del mercato per le sostanze minerali strategiche (Arecoms) Patrick Luabeya, l’Alto rappresentante del presidente Sumbu Sita, il maggior generale Augustin Mamba Mubiayi, comandante della Facoltà di Studi Avanzati in Strategia e Difesa (Chesd). In precedenza Tshisekedi aveva ricevuto a Kinshasa i mediatori della Comunità dell’Africa orientale (Eac) e della Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe (Sadc). L’incontro, durato quasi due ore, rientra in un tour diplomatico regionale volto a conciliare le posizioni della Rdc e del Ruanda, le cui relazioni rimangono tese a causa delle continue violenze nel Nord e nel Sud Kivu. “Stiamo esplorando tutte le possibilità relative alla situazione tra Ruanda e Rdc affinché non vi siano ulteriori scontri militari e violenze”, ha dichiarato alla stampa l’ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, uno dei mediatori nominati dall’Eac e dalla Sadc per contribuire a trovare soluzioni al conflitto. L’ex presidente nigeriano ha affermato di apprezzare tutte le iniziative di pace in corso, siano esse degli Stati Uniti o del Qatar, scrive il sito d’informazione “Actualité”.
Lo scorso 18 giugno i team tecnici della Rdc e del Ruanda avevano siglato a Washington una bozza di accordo alla presenza di un rappresentante del Qatar, Paese che ha ospitato i negoziati di pace dopo il ritiro dell’Angola. La cerimonia si è tenuta alla presenza di Alison Hooker, sottosegretaria di Stato Usa per gli Affari politici. Il testo, frutto di tre giorni di dialogo su temi politici, di sicurezza ed economici, si basa sulla Dichiarazione di principi siglata lo scorso 25 aprile, sempre a Washington, e prevede impegni sul rispetto dell’integrità territoriale, il divieto di ostilità, il disarmo e la reintegrazione condizionata dei gruppi armati non statali. L’accordo non prevederebbe tuttavia il ritiro immediato delle forze ruandesi dal Congo, ma una tabella di marcia per i mesi a venire. Il ministro della Difesa ruandese Olivier Nduhungirehe ha smentito su X la notizia, riportata da “Africa Intelligence”, secondo cui l’accordo chiede al Ruanda di ritirare le sue “misure difensive” e alla Rdc di porre fine a ogni associazione con le Forze democratiche per la Liberazione del Ruanda (Fdlr). “In realtà, le parole ‘Forze di difesa del Ruanda’, ‘truppe ruandesi’ o ‘ritiro’ non compaiono da nessuna parte nel documento”, ha dichiarato. Tra le misure previste dall’accordo figura invece la creazione di un Meccanismo congiunto di coordinamento della sicurezza, il ritorno di rifugiati e sfollati e un quadro per l’integrazione economica regionale. Il Qatar ha partecipato ai negoziati in coordinamento con gli sforzi di mediazione statunitensi, contribuendo a garantire coerenza tra le iniziative diplomatiche dei due Paesi.
Il conflitto nel Nord Kivu sembra dunque seguire una logica chiara, vale a dire il controllo sulle ingenti risorse naturali di cui la regione è ricca. Per questo motivo la crisi interessa da vicino le due grandi superpotenze globali, gli Stati Uniti e la Cina, e s’intreccia con l’iniziativa nota come Corridoio di Lobito, il maxi progetto ferroviario lungo 1.300 chilometri – finanziato dagli Stati Uniti e dall’Unione europea – che mira a collegare i bacini minerari congolesi allo Zambia e al porto angolano di Lobito, sull’Oceano Atlantico. Un progetto che, nelle intenzioni di Washington, punta ad essere la risposta alla Nuova via della seta cinese. È proprio in quest’ottica che s’inserisce l’interesse da parte degli Usa, che puntano a sfruttare appieno le opportunità economiche e commerciali che un eventuale accordo di pace potrebbe offrire, anche approfittando della crescente volontà delle autorità di Kinshasa di diversificare le proprie attività, allontanandosi dai minatori cinesi che dominano il settore. Sulla base di promesse di finanziamento multimiliardarie confermate da Stati Uniti e Unione europea, peraltro, nel Corridoio di Lobito si appresta a giocare un ruolo strategico la Mediterranean Shipping Company (Msc), armatore italo-svizzero che si sta posizionando come partner chiave per la gestione logistica del progetto. Presente in Angola dal 2007, la filiale locale del gruppo è ora il principale esportatore e il quarto importatore del Paese. Tramite l’Africa Global Logistics (Agl), un’entità derivante dall’acquisizione della francese Bolloré Africa Logistics, nel dicembre del 2023 Msc si è aggiudicata ufficialmente la concessione per il terminal multifunzionale del porto di Lobito, a seguito di una gara d’appalto internazionale lanciata nel gennaio dello stesso anno.
Nei mesi scorsi il “Wall Street Journal”, citando una lettera inviata dal presidente congolese Felix Tshisekedi a Donald Trump, aveva riportato la notizia che le autorità di Kinshasa avrebbero offerto agli Stati Uniti l’accesso alle risorse minerarie presenti nel Paese, in cambio di sostegno contro l’insurrezione lanciata nel Congo orientale dai ribelli M23, sostenuti dal Ruanda. una notizia simile a quella riportata da “Bloomberg”, secondo cui il governo congolese avrebbe esteso nei mesi scorsi un’offerta agli Stati Uniti, proponendo l’accesso esclusivo ai suoi progetti minerari e infrastrutturali essenziali in cambio di assistenza in materia di sicurezza per combattere la ribellione sostenuta dal Ruanda. L’accordo proposto dovrebbe garantire alle aziende statunitensi un accesso privilegiato ai minerali essenziali per la transizione energetica globale. La richiesta sottolinea l’urgente bisogno di sostegno della Rdc, alle prese con un conflitto interno, e include il controllo operativo per le aziende statunitensi, diritti “esclusivi” di estrazione ed esportazione, la partecipazione a un progetto portuale in acque profonde e la creazione di una riserva mineraria strategica congiunta. In cambio di queste opportunità economiche, gli Stati Uniti fornirebbero addestramento militare, equipaggiamento e assistenza diretta alla sicurezza, compreso l’accesso alle basi militari per proteggere le risorse strategiche.
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